La Madonna di Lampedusa in due disegni del cavaliere Ignazio Fabroni
Dopo aver ricordato in altro articolo i disegni del cavaliere di Santo Stefano il pistoiese Ignazio Fabroni (1642-1693) – sui luoghi ‘toscani’ visitati nei viaggi per mare sulle galere granducali –, penso sia bella cosa mostrare due originali rappresentazioni dello stesso autore, datate 1673 e significative del credo cattolico.
In particolare ho ammirato, sfogliando l’album che le contiene, le riproduzioni della statua antica “di macigno” della Madonna di Lampedusa, allora collocata in una nicchia ornata di rosari e croci, e del suo santuario-grotta disseminato di ex voto cristiani e turchi per grazia ricevuta.
L’isola e il luogo di culto, fa piacere scriverlo, allora erano sotto il patronato di una famiglia siciliana rimasta cara alla nostra cultura, i Tomasi di Lampedusa, che si ricordano volentieri a proposito di Giuseppe e dell’apprezzato suo romanzo Il Gattopardo ...
Entrambi, statua sacra e chiesetta, per molti secoli furono noti alla gente di mare che navigava nel Mediterraneo e agli autori siciliani di storia. Al tempo del Fabroni venivano ricordati adeguatamente nella Vita e morte di fra Alipio di San Giuseppe scalzo di Sant’Agostino palermitano del padre Francesco Maria Maggi Chierico regolare, Roma 1657.
Si legge alle pagine 131 ss.:
“21. [...] Degna di gran veneratione, è la Madonna di Lampedusa, dagli stessi Turchi honorata, e riverita, come dicono l’Istorie, e ne sono assicurato da uno de’ Cavalieri di Malta; i quali soli levar possono le limosine, che ivi ritruovano, portandole alla santissima Madonna di Trapani, a cui è molto simile la Madonna di Lampedosa: essendo pur questa, come quella, in forma di statua, e di alabastro, col Bambin Giesù in braccio. Dove, più volte, si è veduto questo miracolo, che se alcuno, delle oblationi di questa benedetta Madonna, robba [=ruba] cos’alcuna, non può mai quindi allontanarsi il navilio, finche non sia fatta la restitutione: levandosi tempesta in mare, o simile altro infortunio accadendo, ancorché, un solo d’una squadra di galee fosse stato il ladro. Dicesi, oltre a ciò, non esser mai a questa sacra Immagine mancato l’olio nelle lampane, rifondendovene sempre i naviganti, che vi arrivano, così cristiani, come maomettani. [...]
22. Nota il padre Giovanni Rho [e altri autori] [...] che la bellissima statua della Madonna di Trapani, che fu scolpita in Cipro l’anno 730 e da Gerusalemme fu trasferita da alcuni cavalieri Templarij della città di Pisa, correndo tempesta, il navilio, che la portava, si salvò in Lampidosa: e che, di essere ivi stata la statua di Nostra Signora, ne serba la memoria infino a oggi una piccola chiesetta, cui anche i barbari sogliono venerare. Che però, essendo rimasa alla Madonna di Lampidosa la stessa divotione, ed essendo anche per se medesima di molta fama in tutte le parti, da’ navili, che vi approdano, di cristiani, o di turchi, vi si lasciano copiose limosine che poi dalle galee di Malta, ogni anno, raccolte si riportano (come si è detto) alla chiesa di Trapani, ove si vede oggi, per memoria, e per segno di gratia ricevuta, un bel quadro grande di argento, con la detta Isola, e con l’inscrittione seguente:
Sacratissimo huic & penè cælesti Maria Magnæ Matris & Virginis simulacro, Hierosolymis navi olim naufraga divinitus ad Lampadusam Insulam appulso; post, haud impari prodigio, ad hoc invictissimæ urbis Drepanitanæ delubrum evecto, D. Iulius de Thomasijs & Caro, miles Sancti Iacobi, dux Palmæ, & eiusdem Lampedusæ Dominus, cum illam varijs Historiarum laudibus ac poetarum figmentis celebrem, ab Alphonso rege familiæ suæ concessam, habuerit, ut suum ipsa dominium ad alteram orbis plagam protenderet; eam tamen Mariæ vestigijs clariorem, & se tanto favore honoratiorem ducens, singularis huius gratiæ, & simul ob dilectissima coniugis d. Rosaliæ salutem, eiusdem Virginis dono recuperatam; ex voto, argenteam hanc tabellam p. anno MDCLIII.
Che nel nostro volgare suona in questa maniera: Alla sacratissima, e quasi celeste effigie o statua della Gran Vergine e Madre Maria, da Gerusalemme, per naufragio della nave, approdata all’Isola Lampedusa, e con simigliante prodigio, a questo tempio dell’invittissima città di Trapani trasportata, d. Giulio de Tomasi e Caro, cavalier di San Giacomo, duca di Palma, e signore della medesima Lampedusa, essendo la detta Isola, celebre per diverse istorie e favole di poeti, stata conceduta dal re Alfonso alla sua famiglia, accioché dilatasse il suo dominio ad altre parti lontane , essendo però essa più illustre per le vestigia di Maria, e riputandosi egli assai più honorato per questo favore, grato per una tanto singolar gratia, e insieme per la salute di d. Rosalia sua dilettissima sposa, ricuperata per dono della medesima Vergine, pose per voto questa tavola di argento l’anno del Signore 1653”.
Pietro Calcara invece scrisse nella Descrizione dell’Isola di Lampedusa, Palermo 1847, p. 43, 44:
“Circa un miglio distante dal porto in direzione di ponente avvi la chiessetta della Madonna incavata sulla roccia con altra stanza attigua ed un forno; di questa cappella molto si è detto poiché ridesta interessanti rimembranze per il doppio culto dell’eremita che vi soggiornava alla fine del decorso secolo, quando i nostri mari erano infesti da legni barbareschi; ed era singolare che l’eremita sudetto si accomodava per suoi privati interessi a venerare la croce o la mezzaluna secondo la diversa religione delle persone che vi approdavano: da ciò il comune adaggiò in Sicilia il romito di Lampedusa, per dinotare una persona di doppia fede.
La chiesetta della Madonna (1) presenta tuttavia avanzi di gotici capitelli e d’ornati di scelto gusto ma infranti e caduti sul pavimento: nel 1812 tale cappella fu ristaurata dal Gatt [Salvatore, di famiglia maltese] come rilevasi dall’indicata epoca sculta sull’imposta dell’architrave.
Trovansi inoltre nel lato presso la cappella gli avanzi di un morabito [sepolcro musulmano] (2) ove credesi da taluno che fosse sepellito Skeic turco [...]”.
Nelle note si aggiunge:
“(1) Il simulacro della Madonna che tutt’ora ivi esiste sebbene rotto e mutilato, da parecchi scrittori di cose sagre fu ritenuto come oggetto di profonda venerazione dei naviganti i quali per essere favoriti dalla provvidenza nei loro viaggi offrivangli ogni sorta di doni e di obblazioni. Essendosi poi in quest’isola salvata da forte tempesta la nave che da Gerusalemme recava la statua della famosissima Madonna che oggi si venera in Trapani e precisamente nel convento del Carmine un miglio distante di quella città, avvenne che a tramandare alla posterità la memoria di questo fatto il duca di Palma Giulio Tommasi signore dell’isola istessa volle questa effiggiata in un bel quadro d’argento, con la iscrizione indicante il fatto, per essere appeso nel luogo ove in Trapani andava a collocarsi quella statua e che i doni ed obblazioni offerti pel mantenimento del culto del simulacro di cui sopra è menzione servissero in parte a sostenere eziandio quella dell’ altro simulacro or detto.
(2) In questo sito si trovano quattro sotterranei scalpellati dal Gatt dei quali se ne serviva per occultare le sue proviggioni dalle ricerche dei corsari” [...].
Paola Ircani Menichini, 21 marzo 2025. Tutti i diritti riservati.
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